Atelier
Finalmente
anche i colori
dell’ autunno
hanno aperto
il loro atelier
una firma
una passerella
una sfilata
che veste
le taglie
dei nostri
occhi.
Sergio Saracchini
Atelier
Finalmente
anche i colori
dell’ autunno
hanno aperto
il loro atelier
una firma
una passerella
una sfilata
che veste
le taglie
dei nostri
occhi.
Sergio Saracchini
Un semplice bussare
Ci sono rumori
provenienti
dalla porta accanto
sono colpi regolari
quasi un bussare
nell’oscurità.
Mi tengono sveglio
senza disturbare
il mio esistere
tra pareti
di carne e ossa.
Un richiamo
un desiderio di condividere.
E’ solo un essere
come me
che mi chiede di entrare.
Per una volta
mi sento di non aver paura
Apro la mia porta
e quel bussare si propaga
di casa in casa
dilagando.
Non è intrusione.
Sergio Saracchini
Degno di nota
Il finestrino dell’auto
bocca spalancata
dialogo arrabbiato
decibel
inquietanti
inquinanti
di un conducente
inondando l’asfalto
mentre le strisce
si ribellano.
Stridono le gomme
il silenzio
su un pentagramma
In bianco e nero.
Sergio Saracchini
Degno di nota
Il finestrino dell’auto
bocca spalancata
dialogo arrabbiato
decibel
inquietanti
inquinanti
di un conducente
inondando l’asfalto
mentre le strisce
si ribellano.
Stridono le gomme
il silenzio
su un pentagramma
In bianco e nero.
Sergio Saracchini
Gocce
secche e scricchiolanti
cadono
dove il manto verde
accoglie le spoglie
di una stagione
senza cordoglio.
Indifferente
solo l’eco rovente
di un ricordo lontano
e ora sepoltura.
Attenderemo
verde fontana
nel centro
di un giardino
dove ritrovarci
come su un’isola .
Sergio Saracchini
Letture
A far sfogliare certi libri
posti su petti come scrivanie
vorrei fossero le dita dei respiri
e non quelle di lettori
tra spifferi, correnti e giri d’aria
distratti dalla curiosità
d’arrivare alla fine
senza aver capito
protagonisti, storie e morali.
Sergio Saracchini
Breve preludio di un nuovo giorno
Respira lieve
nel mattino
tra i profili ancora assopiti
dei camini spenti
tra le loro memorie
calde e fumose
di un inverno lontano.
Respira sugli occhi
dei mattutini becchi
che aprono le ore
sul palco cigolante
delle vecchie persiane
che non vogliono svegliarsi.
E ancora bussa
con il suo colore
che sfuma sbiadendosi
lasciando
in pochi attimi
cadere il vestito
di un breve debutto .
Sergio Saracchini
VENTO
Finalmente
la mitezza del vento
che muove i boccioli
e carezza le foglie
che vanno a proteggere
come scudi spartani
dai dardi infuocati
di inesorabili orde
di soldati persiani.
E la mia mano
che sente la fronte
asciutta da un respiro
placa l’arida battaglia
sul campo delle Termopili.
rgio Saracchini
CI VUOLE UN FISICO BESTIALE
Sono in spiaggia, rigorosamente sotto
l’ombrellone, e indosso un vestito a me caro, un cento per cento di crema, protezione
50 super-total-plus-xxxstrong, per pelli ultrafotosensibili. In questa estate
dove le palle hanno girato per lungo e largo sui campi di calcio d’America e stanno girando,
come satelliti impazziti, nello spazio
calcistico in cerca di un extraterrestre stellare che riesca a fare accedere
l’Italia, tra quattro anni, al prossimo giramento di palle mondiale, vengo ad
apprendere, da uno scrolling di notizie sul cellulare, allo “stop alle
riprese hot nell'atletica”. Cosa che potrebbe portare al parental control per
l’atletica nelle prossime olimpiadi o a una visione da bollino rosso. Campi
larghi televisivi per evitare di rischiare un oltraggio al pubblico pudore. E
così si va a snaturare uno sport, un corpo perfetto, di una donna e di un uomo,
scolpito, non per merito di un bisturi o pompaggi muscolari, ma grazie a ore di
preparazione, allenamento, fatica, sacrifici, necessari a battere record e a
portare donna e uomo a stabilire storici primati, a esultare per l’impegno
profuso in una competizione, a indossare
una medaglia o solamente dire, io ci ho provato e se anche sono arrivato ultimo
io c’ero, c’ero a rappresentare il mio Paese, c’ero a rendere orgoglioso il mio
popolo, c’ero con il mio corpo, con l’impegno, con una disciplina sportiva che
esula da questi spaziali e siderali astri del calcio e dal loro giramento di
palloni. Via libera, invece, a inquadrature particolareggiate su corpi
dilaniati, amputati, malnutriti, su visi rigati da lacrime, scavati, deperiti. Inquadrature
fisse su cassa contenente (testuali parole del cronista) quel che è rimasto
di chi è rimasto vittima del rogo. Mi alzo dalla mia sdraio, fa caldo e
la mia pelle, color mozzarella di bufala d.o.p., non tollera il sole. Con i miei lardominali,
maniglie d’apide e dolori sparsi per assenza di attività fisica (anzi, un’ora a
settimana di Tai Chi la dedico) mi incammino verso casa. Da un altoparlante una
voce: Si avvertono i gentili ospiti che la visione, sulla
passerella del settore spiaggia Stella Marina sezione A/1 e A/2, è destinata a
un pubblico adulto, può nuocere ai minori se non accompagnati. Sorrido,
mentre un anziano, mio coetaneo, con le bocce fa punto sbocciando. Tra me e me
una semplice riflessione: chissà quanti anni di partite ed esperienza. Pure io,
da bimbo, ero bravo sulle piste di sabbia con le palline di plastica e
all’interno i volti di Gimondi e Merckx. Quante pedalate tra palette, formine, secchielli e quante
vittorie, perché ci vuole un fisico bestiale.
Sergio Saracchini
Voli geometrici
Quanta ragione ha il gabbiano
nel non volere scendere
rimanendo il più possibile
sospeso nei suoi cerchi
dove nessuno può imporgli
lo spazio obbligato
da estremità aguzza e graffite
di un compasso
tra giochi di punti
su una circonferenza
alla stessa distanza
dal centro.
Un colpo d’ali
una retta infinita
e scompare.
Sergio Saracchini
Ricarica al 100%
Gli pulì il viso arido e carico di solchi profondi, profondi come un mare di lacrime e come la notte mai gravida di un albeggiare. Lo imboccò, prestando attenzione a non macchiare il bianco di una camicia d’altri tempi, profumata e ben stirata, come la stirava quella donna con cui, per quasi sessanta anni, si erano tenuti stretti dentro a due cerchietti d’oro. Gli posò sulle gambe il suo libro preferito, consumato dall’ età delle dita per quante volte lo aveva letto e riletto, e un telecomando. Lo lasciò lì, di fronte alla finestra, a guardare la città e il suo muoversi frenetico. Seduto su quella sedia, che un tempo accoglieva altri, l’uomo girò, con estrema lentezza, il capo verso chi si stava allontanando da lui. Solo un lieve ronzio. Mentre la porta si chiuse, l’uomo cliccò su un tasto e quel ronzio scomparve. Si era seduta sulla poltrona dove una ricarica la portò al 100%. L’ uomo lasciò cadere il telecomando e accarezzò i due anelli al dito, prima di spegnersi definitivamente .
Sergio Saracchini
2 CHIACCHIERE
Ci sono momenti
dove stanze vuote
cariche di silenzio
dialogano tra loro
non ci sono parole
neppure sguardi
di intesa e dissenso
ma
facendo attenzione
un dialogo c’è
una lingua conosciuta e
incomprensibile
proviene dalla cucina
risponde il bagno
interviene il salotto
mi fanno compagnia
il frigorifero monotono
la lavatrice su di giri
il ventilatore
sempre arrabbiato
perché gli girano.
Sergio Saracchini
La Cornacchia
La cornacchia nella via
vola sopra alle teste
per scappare alla follia
da colomba si traveste
tutta bianca e delicata
ha tra il becco un rametto
vuol salvare la nidiata
con l’ulivo benedetto
poi qualcuno la conosce
perde piume giù dal tetto
qui cominciano le angosce
han firmato quel verdetto
ci si mette anche la legge
con l’unanime sentenza
qui nessuno la protegge
nessun firma l’indulgenza
c’è chi usa la ciabatta
chi maneggia il mattarello
chi l’esercito contatta
con il drone fa il duello
scappa, vola , non fermarti
ci sono uomini armati
forse vogliono ammazzarti
per trofeo imbalsamarti
la cornacchia dal camino
ora pensa “cosa faccio?
sarò dentro al mirino
se un po’ troppo io mi affaccio”
poi a un tratto sente un grido
un bambino su un terrazzo
“io di quello non mi fido
volo giù come un razzo”
per il bavero lo acchiappa
dalla mamma lo riporta
dal pericolo lo strappa
il quartiere :“brava!” esorta
ad un tratto un gran botto
hanno fame i piccolini
uno urla: “io li adotto”
sono un gruppo di bambini
la cornacchia da lassù
vola libera senza paura
il quartiere non ha più
il motivo della cura.
Sergio Saracchini
L’ ape e il fiore
In fondo in fondo
è in questo vaso
che ho tutto
quel che serve
radici robuste
a sorreggere il gambo
di una corolla dorata
per farmi ombra
del polline
per sfamarmi
un po’ d’acqua
donata da una nuvola
per dissetarmi
delle formichine
con cui dialogare
e passare il tempo.
Mi basta poco
ma alla fine
è il mio regno
e mi sento una regina
disse l’ ape al fiore
prima di scappare
vedendomi.
Sergio Saracchini
Tra le pagine del cuore
Petali
come labbra
per parlare
stelo
come corpo
per abbracciare
radici
come stabilità
per mantenersi
acqua
per dissetarmi.
Non parlare
osservami
e sarà luce
dai tuoi occhi
a farmi sbocciare.
E se sarò reciso
mettimi
tra le pagine
dei racconti
del tuo cuore.
Sergio Saracchini
CRONACA DI UNA MORTE
“NON ANNUNCIATA”
Lettere e numeri, dei teleindicatori a palette e digitali, giravano vorticosamente, impazziti, senza un minimo di accenno a fermarsi su un nome di una città a un orario preciso. Un contatto, un’anomalia, forse, avevano mandato in tilt tutto il sistema. Arrivi e partenze si accavallavano. Le palpebre degli occhi dei “gentili” (a seguire non proprio) passeggeri, sbattevano a tempo con il roteare di numeri e lettere. Gli altoparlanti, invece, emettevano voci metalliche registrate, tanto da sembrare quelle di C-3PO e R2-D2 rispettivamente droide e robot di Guerre Stellari, annunciando partenze e arrivi di treni oramai soppressi e a orari cancellati. Passeggeri che a frotte scendevano da treni che, provenendo dal centro-sud, si fermavano per non ripartire più. Una stazione era stata presa d’assalto da passeggeri che si accalcavano, per chiedere informazioni, all’unico sportello della biglietteria in quel momento aperto. Una sola addetta alle informazioni che, con self control e professionalità, dava indicazioni a chiunque chiedesse improbabili, oramai impensabili, arrivi e partenze di treni. Passeggeri che, girando smarriti tra pensiline, atrio e zona attestante la stazione, imprecavano verso il sistema organizzativo e a tutta la gerarchia responsabile di quella situazione. Un’accesa protesta si scatenò nei confronti del bigliettaio, comprendendo macchinisti, capotreni, operatori di manutenzione infrastrutture e addetti alla stazione, fino a raggiungere, ovviamente, l’ apice ministeriale. Non vennero risparmiati neppure l’addetto alle pulizie e distributori di bevande, pure questi non funzionanti. Venne organizzato un pullman sostitutivo del treno, uno solo, sempre lo stesso. Faceva da spola dalla stazione fino a quella che aggirava il blocco ferroviario. In un’ora una sola andata e un solo ritorno. All’arrivo del pullman la gente si preparava all’ arrembaggio. Vidi un passeggero tentare la mossa all’Ugo Fantozzi, aggrapparsi a chi era rimasto sulle scalette, rischiando un trascinamento a domino fuori dal pullman. Spinto fuori e lasciato a terra, moglie e figlia lo salutarono dal finestrino del pullman. Dopo tre ore anche quell’unico pullman venne soppresso. Il panico dilagò, non vi era altra scelta che attendere il ripristino delle tratte ferroviarie. Poi, come l’annunciazione dell’ arcangelo Gabriele, una voce ora non più robotica ma quella dell’addetta alle informazioni, annunciò il concepimento di un treno. Dall’arrivo in stazione al sopraggiungere di quel treno erano trascorse oramai quattro ore. Un nuovo arrembaggio stava prendendo forma. Salimmo sul treno già gremito di passeggeri all’inverosimile. Non trovando posto a sedere mi puntellai nello stretto corridoio sfruttando valige, incastri tra sedili, mentre le mani le usai per reggermi aggrappandomi ai portabagagli. Una volta assunta la posizione dell’ accarezzare la coda del pavone, imparata al mio corso di Tai Chi, mi stabilizzai. Neppure un maestro Yoga poteva resistere a tanto. Per la cronaca, escluso io, mia moglie e i nostri amici, l’età massima dei passeggeri seduti raggiungeva i 25-30 anni. Nessuno si alzò per concederci il posto. Solo un giovane, dopo lo sguardo eloquente di mia moglie, decise, molto spontaneamente, di concedermi il posto a sedere. Il treno si fermò nuovamente, il motivo un mistero. Arrivammo a casa che stava per scoccare la mezzanotte. Scesi e abbandonai le FFSS dopo otto ore di viaggio che, al massimo, ne poteva richiedere due e mezza. La causa del ritardo, che scatenò tutto questo, la trovai nella cronaca di un sito web locale. Un uomo si era gettato sotto un treno, un direttissimo ad alta velocità. Perché quell’ uomo aveva deciso di arrestare la sua vita? Perché nessuno è riuscito a fermarlo? Perché non ha atteso e riflettuto prima di compiere quel gesto? Un giornata tragica si era chiusa. Una cronaca di un giorno che possiamo intitolare (rubando e cambiando il titolo di un famoso romanzo) CRONACA DI UNA MORTE “NON ANNUNCIATA”.
Sergio Saracchini
.
Caducità
Vi conosco
ma non abbastanza
direi
superficialmente.
Riempite una stanza
colorate un sentimento
accompagnate lacrime.
I vostri nomi
le origini
la vita
stampanti e riposti
in scaffali.
Di voi
chi vi conosce meglio
vi elogia.
Vi osservo
in quell’ abito
lungo e luccicante
per poi cambiarvi
in paillettes di cristallo.
I giorni sono brevi
e la vostra tristezza
si abbraccia alla mia.
Quell’abito
la luce del sole
non vi serve più
con amarezza
neppure a me.
Solo un nome
per tutti
appassiti.
Sergio Saracchini
Clochard
Era un clochard. Aveva una borsa di plastica carica all’inverosimile, dentro la sua casa. Pure io, oltre al mio zainetto sulle spalle, tenevo per i manici una borsa identica alla sua, all’interno la mia casa, il mio nutrimento. Una spesa composta da pane, frutta, carne, caffè, verdura, latte, due bottiglie d’acqua. Un peso notevole che mi tagliava le mani. Il marciapiede stretto, la pioggia che scendeva copiosa e i passanti con i loro ombrelli, mi portarono quasi a scontrarmi con lui. Istintivamente chiesi scusa accompagnato da un cenno del capo. Un sorriso e un saluto sincero, in una lingua sconosciuta ma carico di serenità e consapevole rassegnazione, fu la sua risposta. Giunto a casa e depositata la spesa in cucina, mi tolsi lo zainetto dalle spalle e sfilai la giacca. Svuotai la borsa. Sul fondo della stessa un foglietto di carta piegato. Non era la mia lista della spesa e neppure lo scontrino. Lo aprii. Una scritta in una lingua incomprensibile در تنهایی من، جمعیت بی تفاوت، در زدن به صورت شما دروازه با لبخند باز شد. Istintivamente riposi il biglietto nel mio portafogli. Qualche giorno dopo un tg locale annunciava la morte di un clochard. Tra i suoi effetti personali un foglietto di carta con una scritta, una frase incomprensibile: در تنهایی من، جمعیت بی تفاوت، در زدن به صورت شما دروازه با لبخند باز شد. Il cronista tradusse quelle parole: Nella mia solitudine, l’indifferente moltitudine, nel bussare al tuo viso la porta si è aperta con un sorriso.
Sergio Saracchini
PET-ALI
Ali
come petali
petali
come ali
spiccheranno
il volo
in una
incommensurabile
leggerezza
nel cielo
degli occhi.
Sergio Saracchini