martedì 5 maggio 2026

CRONACA DI UNA MORTE “NON ANNUNCIATA”

 

CRONACA DI UNA MORTE

“NON ANNUNCIATA”

Lettere e numeri, dei teleindicatori a palette e digitali, giravano vorticosamente, impazziti, senza un minimo di accenno a fermarsi su un nome di una città a un orario preciso. Un contatto, un’anomalia, forse, avevano mandato in tilt tutto il sistema. Arrivi e partenze si accavallavano. Le palpebre degli occhi dei “gentili” (a seguire non proprio) passeggeri, sbattevano a tempo con il roteare di numeri e lettere. Gli altoparlanti, invece, emettevano voci metalliche registrate, tanto da sembrare quelle di C-3PO e R2-D2 rispettivamente droide e robot di Guerre Stellari, annunciando partenze e arrivi di treni oramai soppressi e a orari cancellati. Passeggeri che a frotte scendevano da treni che, provenendo dal centro-sud, si fermavano per non ripartire più. Una stazione era stata presa d’assalto da passeggeri che si accalcavano, per chiedere informazioni, all’unico sportello della biglietteria in quel momento aperto. Una sola addetta alle informazioni che, con self control e professionalità, dava indicazioni a chiunque chiedesse improbabili, oramai impensabili, arrivi e partenze di treni. Passeggeri che, girando smarriti tra pensiline, atrio e zona attestante la stazione, imprecavano verso il sistema organizzativo e a tutta la gerarchia responsabile di quella situazione. Un’accesa protesta si scatenò nei confronti del bigliettaio, comprendendo macchinisti, capotreni, operatori di manutenzione infrastrutture e addetti alla stazione, fino a raggiungere, ovviamente, l’ apice ministeriale. Non vennero risparmiati neppure l’addetto alle pulizie e distributori di bevande, pure questi non funzionanti. Venne organizzato un pullman sostitutivo del treno, uno solo, sempre lo stesso. Faceva da spola dalla stazione fino a quella che aggirava il blocco ferroviario. In un’ora una sola andata e un solo ritorno. All’arrivo del pullman la gente si preparava all’ arrembaggio. Vidi un passeggero tentare la mossa all’Ugo Fantozzi, aggrapparsi a chi era rimasto sulle scalette, rischiando un trascinamento a domino fuori dal pullman. Spinto fuori e lasciato a terra, moglie e figlia lo salutarono dal finestrino del pullman. Dopo tre ore anche quell’unico pullman venne soppresso. Il panico dilagò, non vi era altra scelta che attendere il ripristino delle tratte ferroviarie. Poi, come l’annunciazione dell’ arcangelo Gabriele, una voce ora non più robotica ma quella dell’addetta alle informazioni, annunciò il concepimento di un treno. Dall’arrivo in stazione al sopraggiungere di quel treno erano trascorse oramai quattro ore. Un nuovo arrembaggio stava prendendo forma. Salimmo sul treno già gremito di passeggeri all’inverosimile. Non trovando posto a sedere mi puntellai nello stretto corridoio sfruttando valige, incastri tra sedili, mentre le mani le usai per reggermi aggrappandomi ai portabagagli. Una volta assunta la posizione dell’ accarezzare la coda del pavone, imparata al mio corso di Tai Chi, mi stabilizzai. Neppure un maestro Yoga poteva resistere a tanto. Per la cronaca, escluso io, mia moglie e i nostri amici, l’età massima dei passeggeri seduti raggiungeva i 25-30 anni. Nessuno si alzò per concederci il posto. Solo un giovane, dopo lo sguardo eloquente di mia moglie, decise, molto spontaneamente, di concedermi il posto a sedere. Il treno si fermò nuovamente, il motivo un mistero. Arrivammo a casa che stava per scoccare la mezzanotte. Scesi e abbandonai le FFSS dopo otto ore di viaggio che, al massimo, ne poteva richiedere due e mezza. La causa del ritardo, che scatenò tutto questo, la trovai nella cronaca di un sito web locale. Un uomo si era gettato sotto un treno, un direttissimo ad alta velocità. Perché quell’ uomo aveva deciso di arrestare la sua vita? Perché nessuno è riuscito a fermarlo? Perché non ha atteso e riflettuto prima di compiere quel gesto? Un giornata tragica si era chiusa. Una cronaca di un giorno che possiamo intitolare (rubando e cambiando il titolo di un famoso romanzo) CRONACA DI UNA MORTE “NON ANNUNCIATA”.

Sergio Saracchini

.


giovedì 23 aprile 2026

Caducità

Caducità


Vi conosco

ma non abbastanza

direi

superficialmente.

Riempite una stanza

colorate un sentimento

accompagnate lacrime.

I vostri nomi

le origini

la vita

stampanti e riposti

in scaffali.

Di voi

chi vi conosce meglio

vi elogia.

Vi osservo

in quell’ abito

lungo e luccicante

per poi cambiarvi

in paillettes di cristallo.

I giorni sono brevi

e la vostra tristezza

si abbraccia alla mia.

Quell’abito

la luce del sole

non vi serve più

con amarezza

neppure a me.

Solo un nome

per tutti

appassiti.


Sergio Saracchini


mercoledì 22 aprile 2026

Clochard

Clochard

Era un clochard. Aveva una borsa di plastica carica all’inverosimile, dentro la sua casa. Pure io, oltre al mio zainetto sulle spalle, tenevo per i manici una borsa identica alla sua, all’interno la mia casa, il mio nutrimento. Una spesa composta da pane, frutta, carne, caffè, verdura, latte, due bottiglie d’acqua. Un peso notevole che mi tagliava le mani. Il marciapiede stretto, la pioggia che scendeva copiosa e i passanti con i loro ombrelli, mi portarono quasi a scontrarmi con lui. Istintivamente chiesi scusa accompagnato da un cenno del capo. Un sorriso e un saluto sincero, in una lingua sconosciuta ma carico di serenità e consapevole rassegnazione, fu la sua risposta. Giunto a casa e depositata la spesa in cucina, mi tolsi lo zainetto dalle spalle e sfilai la giacca. Svuotai la borsa. Sul fondo della stessa un foglietto di carta piegato. Non era la mia lista della spesa e neppure lo scontrino. Lo aprii. Una scritta in una lingua incomprensibile در تنهایی من، جمعیت بی تفاوت، در زدن به صورت شما دروازه با لبخند باز شد. Istintivamente riposi il biglietto nel mio portafogli. Qualche giorno dopo un tg locale annunciava la morte di un clochard. Tra i suoi effetti personali un foglietto di carta con una scritta, una frase incomprensibile: در تنهایی من، جمعیت بی تفاوت، در زدن به صورت شما دروازه با لبخند باز شد. Il cronista tradusse quelle parole: Nella mia solitudine, l’indifferente moltitudine, nel bussare al tuo viso la porta si è aperta con un sorriso.

Sergio Saracchini


PET-ALI

PET-ALI


Ali

come petali

petali

come ali

spiccheranno

il volo

in una

incommensurabile

leggerezza

nel cielo

degli occhi.


Sergio Saracchini


venerdì 17 aprile 2026

Il corvo l’avvoltoio la colomba

 Il corvo l’avvoltoio la colomba


Sarebbe da sentir

il canto degli uccelli

e non

lo stridente verso

del corvo

che vola radente

nel suo rubar e uccidere.

Dice la colomba

col cuor ferito

dal suo stesso linguaggio:

“giunto il momento

dopo

rinnovata libertà di volo

rinchiuderti senz’ali

col biondo rostro

nella dorata torre.

Lascia che i bimbi

possan vederti

insieme al tuo amico

canuto avvoltoio

sguazzar

nel vostro stesso guano

lanciandovi molliche

di quel pane

or tinto di rosso”.


Sergio Saracchini


domenica 5 aprile 2026

LET’S DANCE

 LET’S DANCE

Mi ha detto: mi hanno danzato addosso per anni per imparare a ballare. Oggi, chi prova, trova un pavimento ruvido, sconnesso e, in certi tratti, scivoloso. Pensare che il pavimento era nato per farsi accarezzare dalle punte di una ballerina di danza classica, era immacolato il pavimento che mi porto addosso. Continua il suo racconto, non trapelano emozioni o segnali di disagio dal suo viso, nessun imbarazzo lo frena. Posso dire che ancora alcuni leggono su di me il cartello “scuola di ballo”. Indossano le scarpe adatte, ma io ho dato la cera in quei pochi spazi non sconnessi e dissestati. Li guardo, sono doloranti per le cadute, ginocchia sbucciate e slogature si susseguono. Il cartello, con la scritta scuola di ballo rimane appeso. Venite, venite signore e signori le iscrizioni sono sempre aperte.

Sergio Saracchini


lunedì 30 marzo 2026

Voci mute

Voci mute


Quante sono le voci

che s’alzano

senza sapere

che quel che hanno

è sempre di più

di quel che vogliono,

e quel che vogliono

non lo avranno mai

perché chiuso

nei forzieri

delle voci mute.

Saranno i silenzi

a dimostrare

che nulla serve

e

davanti a questo

non ci sono parole.


Sergio Saracchini