Clochard
Era un clochard. Aveva una borsa di plastica carica all’inverosimile, dentro la sua casa. Pure io, oltre al mio zainetto sulle spalle, tenevo per i manici una borsa identica alla sua, all’interno la mia casa, il mio nutrimento. Una spesa composta da pane, frutta, carne, caffè, verdura, latte, due bottiglie d’acqua. Un peso notevole che mi tagliava le mani. Il marciapiede stretto, la pioggia che scendeva copiosa e i passanti con i loro ombrelli, mi portarono quasi a scontrarmi con lui. Istintivamente chiesi scusa accompagnato da un cenno del capo. Un sorriso e un saluto sincero, in una lingua sconosciuta ma carico di serenità e consapevole rassegnazione, fu la sua risposta. Giunto a casa e depositata la spesa in cucina, mi tolsi lo zainetto dalle spalle e sfilai la giacca. Svuotai la borsa. Sul fondo della stessa un foglietto di carta piegato. Non era la mia lista della spesa e neppure lo scontrino. Lo aprii. Una scritta in una lingua incomprensibile در تنهایی من، جمعیت بی تفاوت، در زدن به صورت شما دروازه با لبخند باز شد. Istintivamente riposi il biglietto nel mio portafogli. Qualche giorno dopo un tg locale annunciava la morte di un clochard. Tra i suoi effetti personali un foglietto di carta con una scritta, una frase incomprensibile: در تنهایی من، جمعیت بی تفاوت، در زدن به صورت شما دروازه با لبخند باز شد. Il cronista tradusse quelle parole: Nella mia solitudine, l’indifferente moltitudine, nel bussare al tuo viso la porta si è aperta con un sorriso.
Sergio Saracchini
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